Dodici brevi racconti di romantica ispirazione tra Natura e Vita
Alle terre sognate, che sempre ci accolgono.
uno / il fiore azzurro*
Un giorno sognai un fiore azzurro. Al risveglio il ricordo ne era indistinto e innumerevoli volte tentai invano di rammentarne i particolari. Eppure, vivida nella memoria è sempre stata la sensazione di ciò che provai al suo cospetto. Era il fiore più bello che avessi mai visto e mentre osservavo il suo ipnotico fascino, sfiorandolo e godendo delle sue inebrianti fragranze, io mi sentivo in pace e felice come non lo ero mai stato.
Spesi anni nella sua ricerca, costantemente morso dal dubbio atroce: era stato soltanto un sogno o esisteva davvero? Una folle fantasia dopotutto, ma in cuor mio sentivo che non era solo un’illusione, e che da qualche parte nel mondo, in un piccolo angolo di paradiso, incantato e misterioso, un fiore azzurro m’attendeva e mi chiamava.
E alla fine lo trovai.
Il fiore perfetto è una cosa rara. Se si trascorresse la vita a cercarne uno, non sarebbe una vita sprecata. (L’ultimo Samurai, 2003)
Siamo fatti della stessa materia di cui s’intessono i sogni, / e i sogni sollevano le palpebre / come i piccoli bambini sotto i ciliegi, / dalla cui corona il suo cammino oro pallido / la luna piena inizia attraverso la grande notte [...] E tre cose sono una: un uomo, un oggetto, un sogno. (Hugo von Hofmannsthal, Terzine sulla caducità)
due / l'arcadia*
Il fresco del mattino mi sfiora la pelle ancora calda del tepore sotto la coperta, mentre spericolate gocce di rugiada scivolano libere e sinuose sui vetri della finestra appannata. Orchestre dal piumaggio variopinto risuonano tutte intorno e inondano di sinfonie, opere liriche e inni trionfali l’atmosfera intrisa del profumo vaporoso e aromatico del bosco. I primi raggi del sole filtrano dalle fronde degli alberi e creano caleiodoscopiche fantasie di luce che i fiori appena sbocciati abbracciano in tutto il loro splendore. Ecco dunque l’alba di un nuovo giorno, ancora vita, una volta di più, quale miracolo!
Me ne stavo disteso nel rifugio contemplando la meraviglia di cui ero testimone. E ripensavo a tutto quello che avevo lasciato, chiedendomi se davvero avessi perso qualcosa. Oppure se, al contrario, avessi finalmente trovato quel che in fondo all’anima cercavo da sempre. E non poterono che tornarmi alla mente le parole lette su quel libro: “Me ne andai a vivere nei boschi per succhiare tutto il midollo della vita e non scoprire in punto di morte di non aver vissuto...”.
Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa, volevo vivere da gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era, falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici. (Henry David Thoreau, Walden)
Nelle azzurre sere d’estate, andrò per i sentieri, / punzecchiato dal grano, a pestar l’erba tenera: / trasognato sentirò la frescura sotto i piedi / e lascerò che il vento mi bagni il capo nudo. / Io non parlerò, non penserò più a nulla: / ma l’amore infinito mi salirà nell’anima, / e me ne andrò lontano, molto lontano come uno zingaro, / nella Natura, lieto come con una donna. (Arthur Rimbaud, Sensazione)
tre / satori*
Da lassù si vedeva il mare, una distesa sconfinata d’azzurro, blu profondo e riflessi argentei che in lontananza all’orizzonte si confondevano col chiarore indaco del cielo. E in basso la pianura fertile e generosa, coi sui campi a scacchiera e gli specchi d’acqua lucenti sotto il sole d’oro raggiante. Quell’angolo di natura incontaminata dove ero giunto, tra le alte colline, il casale circondato dal bosco e da lussuriosi prati, la strada bianca di ghiaia e la grande quercia, tutto sembrava appartenere ad un’altra dimensione.
Ed ora che sono qui da molto tempo vedo chiaramente le contraddizioni della vita che mi sono lasciato alle spalle, l’isterica quanto inutile frenesia d’accaparrarsi il mondo, mentre scorre via, irrimediabilmente perduto, ciò che davvero ha valore. Ora so che un altro modo di vivere è possibile, e forse molti altri.
Lascia che la pace della natura entri in te come i raggi del sole penetrano le fronde degli alberi. Lascia che i venti ti soffino dentro la loro freschezza e che i temporali ti carichino della loro energia. Allora le tue preoccupazioni cadranno come foglie d’autunno. (John Muir, Our National Parks)
quattro / nostalgia di casa
Passeggiavo per quella vibrante meravigliosa città. Con passo lento. Alla ricerca di risposte. O forse di domande migliori. E osservavo timidamente il volto dei passanti che incrociavo, cercando di immaginare le loro storie. Voltato l’angolo, mi ritrovai all’ingresso di un giardino botanico, così decisi di entrare. Rose, margherite, erbe e spezie profumate, ed alberi gustosamente mediterranei. Mi era difficile crederlo, ma erano anni che non annusavo un fiore o mi sdraiavo sull’erba a fantasticare. E mi tornò alla mente la mia di storia. A quei giorni di vita semplice traboccanti di felicità tropicale, dove avevo finalmente sentito sprofondare la mia esistenza nelle dolci giornate di Primavera.
Perché me ne andai via?
Quell’angolo di mondo più d’ogni altro m’allieta, là dove i mieli a gara con quelli del monte Imetto fanno e le olive quelle della virente Venafro eguagliano; dove Giove primavere regala, lunghe, e tiepidi inverni, e dove Aulone, caro pure a Bacco che tutto feconda, il liquor d’uva dei vitigni di Falerno non invidia affatto. (Orazio, Odi)
cinque / radici
Un giorno incontrai la persona più odiosa che mai avesse incrociato il mio cammino. Quando le chiedevo: “Cosa ti piace fare?”, questa non sapeva mai cosa rispondere. E se le domandavo: “Hai qualcuno di speciale?”, mi confessava la sua insoddisfazione verso chiunque. Quando parlavamo dei luoghi che ci restano nel cuore e per i quali proviamo nostalgia, mi sentivo dire con superficialità che non c’era un posto in particolare. E io non la sopportavo quella persona, non tolleravo il vuoto che mi faceva percepire ogni volta. Evitavo di parlarci, persino di incrociarne lo sguardo. Non mi era mai capitato di avere qualcuno così in antipatia. E poi ne compresi la ragione. Come nel riflesso di uno specchio, mi mostrava che anche io ero così. Senza passioni che m’infiammassero il cuore, senza una vocazione che mi dicesse che ci facevo davvero nell’Universo. Un solitario, chiuso e disilluso, senza legami. E senza una terra da chiamare casa, un rifugio al quale sempre tornare.
Non avevo radici.
“E sa perché mangio solo radici?”
“No perché?”
“Perché le radici sono importanti.”
(La Grande Bellezza, 2013)
sei / spleen*
Ormai da troppo tempo, al mattino non ho voglia di levarmi e cominciare un nuovo giorno. Indugio consapevolmente tra le lenzuola ubriache di sonno, chiedendomi con amara apatia se non fosse stato meglio non svegliarsi affatto. A che scopo alzarmi e vivere, se ciò che m’attende è un mondo scontato, fatto di impegni e orari da rispettare, il treno delle 8.06 che arriverà come sempre in ritardo, il caro benzina, le bollette in scadenza sul tavolo della cucina, l’auto che infine si romperà e la consolazione serale in aperitivi e interruzioni pubblicitarie?
Ma stamane, durante il solito temporeggiare narcotico, ho pensato che se desideravo sentirmi vivo dovevo alzarmi e andare a cercarmela, la vita. Ed ora sono qui, a milleseicento metri, col cuore che batte ancora forte. Mai avrei immaginato che un tramonto potesse consistere di così numerose sfumature e riverberi di luce. Il cielo non era più il cielo, ma la tela bianca di un pittore astratto. E proprio sul più bello, quando il rosso giunge alla sua gradazione più intensa, infiamma la troposfera e tinge di rosa le catene montuose, m’accorgo di non essere il solo ad ammirare l’orizzonte. Ero spaventato e al tempo stesso eccitato dall’incontro ravvicinato con una creatura così maestosa. È fuggita in un istante, ma appena prima, in una frazione di secondo, mi ha guardato dritto negli occhi.
È stato un giorno speciale.
sette / locus amoenus*
Ogni giorno, finito di lavorare e dopo pranzo, avevamo il resto del pomeriggio libero. Gli altri scendevano giù in paese a far baldoria. Io invece salivo, incamminandomi verso il monte. Esploravo i suoi versanti, passeggiavo, mi soffermavo sui dettagli e scoprivo piccoli tesori. Mi piaceva trascorrere il mio tempo lì, immerso, ma che dico, sommerso, dal bosco. Le correnti d’aria fanno danzare le corpose fronde ed i giovani tronchi ancora sottili, col ritmico cigolìo dei portentosi vascelli in legno che un tempo solcavano i mari del Sud. L’alito di vento accarezza il viso e porta con sé gli aromi balsamici delle piante. E d’inebriante muschio pervade l’aria il calore che dalla terra evapora. Tutto è silenzio e tutto è vita. Puoi finalmente sentirti al sicuro, lontano da un mondo isterico che non crede più nella magia, nascosto dalla fitta selva di quiete e incantesimi che protettiva si chiude in cerchio su di te.
Lì, nel cuore di quelle foreste, lontano da tutto quello che conosci, da tutto quello che ti è stato insegnato, a scuola, o dai libri, o dalle canzoni, o dalla poesia, trovi la pace. L’affinità. L’armonia. Finanche la sicurezza. (Instinct, 1999)
otto / anelito al sublime*
Di misteriose creature celate nell’ombra percepisco gli sguardi, mentre mi faccio strada nel cuore profondo di una selva oscura, della cui volta gotica la luce del giorno non riesce a penetrare le maglie. Avanzo nella tenebra opalescente seguendo il fragore assordante delle onde che s’infrangono con paurosa violenza sulla scogliera. È un canto di sirena, offusca ogni pericolo e mi sprona verso luoghi ove più nessuno sguardo umano s’è posato, verso misteri che ancora devono suscitare il loro fascino o orrore. L’ignoto mi terrorizza e mi attrae. Perché ho il desiderio morboso di attraversare foreste vergini e montagne inesplorate? Perché cerco il fiume? E le sorgenti? Perché sento il bisogno primordiale di avvicinarmi al bordo del precipizio e guardare giù? Sono arrivato alla scogliera, la parete rocciosa che precipita nel baratro trema per la violenza del titanico scontro fra terra e mare. Sono terrorizzato ma faccio un passo avanti, chiudo gli occhi, respiro profondamente, e mi sporgo sull’abisso. L’eternità si raccoglie in un istante, pura emozione e sentimento infinito sommergono ogni cosa, di fronte alla maestosa terrificante Bellezza.
La Natura è un tempio ove pilastri viventi lasciano sfuggire a tratti confuse parole; l’uomo vi attraversa foreste di simboli, che l’osservano con sguardi familiari. (Charles Baudelaire, Corrispondenze)
Le montagne sono le grandi cattedrali della Terra, con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i cori dei torrenti, gli altari di neve, le volte di porpora scintillanti di stelle. (John Ruskin, The Mountain Glory)
Serenamente contemplava la corrente del fiume; mai un’acqua gli era tanto piaciuta come questa, mai aveva sentito così forti e così belli la voce e il significato dell’acqua che passa. Gli pareva che il fiume avesse qualcosa di speciale da dirgli, qualcosa ch’egli non sapeva ancora, qualcosa che aspettava proprio lui. (Hermann Hesse, Siddhartha)
nove / rex nemorensis*
Conosco un luogo, lontano da tutto, protetto dalle montagne, nel cuore di una foresta, dove so per certo che ora, proprio adesso, regna una pace senza tempo. Ma ne ho un ricordo molto vago. Lo trovai quando ancora rincorrevo sogni da fanciullo. Per caso, vagando per vaste praterie senza scopo, quasi perdendomi nell’atto di seguire, senza ragione alcuna, farfalle e nuvole trasportate dal vento. Poi sono cresciuto diventando adulto ed ora sono troppo stanco per correre senza profitto, la testa mi duole e forse non so più nemmeno come si fa. Eppure vorrei tanto ritrovare quella spontanea leggerezza dell’animo, per scoprirmi ancora una volta nell’angolo segreto che soltanto io conosco, dove la Natura mi fece dono del suo misterioso incanto, immergendomi nell’alone sacro della luce del giorno filtrata dalle chiome degli alberi, che illumina una radura nel bosco, al centro, proprio al centro, dell’Universo.
Sui monti le foreste ondeggeranno, ondeggeranno al sol l’erbe lucenti, le ricchezze a cascate scenderanno e i fiumi diverranno ori splendenti. I ruscelli felici scorreranno, i laghi brilleran nella campagna e dolori e tristezza svaniranno al ritorno del Re della Montagna. (J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit)
dieci / il ritmo della vita
Lavoravamo nei campi già da molte ore, fin dall’alba, e la stanchezza si faceva sentire, mi dolevano le braccia e la schiena, il caldo era opprimente e ancora mancava molto a finire. Ma ormai lo vedevo da mesi, era sotto i miei occhi ogni giorno, chiaro e definito come il disco del sole dorato del mezzodì. C’è un tempo per seminare e un tempo per raccogliere, uno per lavorare e un altro per riposarsi. Delle volte toccava zappare sotto la pioggia o raccogliere fino a sera col vento freddo, ma altre volte ci si sdraiava al sole come re o ci si abbuffava ad una tavola imbandita di gioie. E così, nonostante le cose non fossero sempre quelle desiderate, eravamo felici, perché sentivamo che tutto nei nostri giorni scorreva come scorrono le stagioni ed eravamo per questo in pace, ché ad ogni temporale sarebbe sempre seguita una schiarita. E così nell’esistenza d’ogni giorno, ché alla fatica s’alterna il piacere, al dolore la gioia e al fallimento il trionfo. In quella vita semplice a contatto con la natura tutto scorreva, e noi scorrevamo sereni insieme ad esso.
Panta Rei. Tutto scorre. (attribuito a Eraclito)
Riconosci il ritmo della vita. (Archiloco, Apostrofe al cuore)
undici / carpe diem*
Era notte fonda, l’insonnia persisteva e tentavo di fare ordine nei miei pensieri. I ricordi scorrevano insieme alle fotografie, e m’accorgevo di quanto quella vita semplice e allegra di contadini allo sbaraglio mi mancasse. E quale nostalgia avessi delle cose piccole. Le visite al piccolo orto che sembravano le visite a un amico, preparare il forno a legna per il pane fatto in casa, le briciole sul tavolo della cucina la mattina a colazione, e le mangiate fatte su una tovaglia posata sull’erba, pulire le arnie all’ombra del grande albero d’Acacia, le corse nei prati e le passeggiate profumate della pioggia appena caduta.
La malinconia di tanto in tanto m’assaliva e m’impediva di fare sonni tranquilli, perché mi sbatteva in faccia il fatto che non le avevo più. Ma non durava mai, perché dalla natura avevo imparato qualcosa di importante. I frutti maturano e poi cadono, le piante fioriscono e poi seccano, e tutto così scorre. In questo c’è si tristezza, ma anche un profondo senso di equilibrio. Ogni cosa è fuggevole, caduca e... bella. Afferrare il giorno con tutto quello che offre, vivendo ciò che è giusto per sé stessi, che fa star bene dentro e fa sentir vivi.
Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero. Mentre parliamo, sarà fuggito avido il tempo. Afferra il giorno, confidando il meno possibile nel domani. (Orazio, Odi)
Quando il cardo fiorisce e da un albero la cicala canora diffonde l’armonioso frinire battendo le ali, è giunto il tempo dell’estate, all’ombra e con il cuore sazio, beviamo allora il vino generoso godendo del dolce alitare di Zefiro sul viso. (Esiodo, Le opere e i giorni)
dodici / panta rei*
Sono stati mesi meravigliosi quelli trascorsi in questo luogo incontaminato. Ma il viaggio è ormai giunto al termine. E sulla via del ritorno, quel bianco stradello di campagna, nel silenzio estivo, interrotto solo dal canto delle cicale, che lo rendono ancora più intenso, non posso trattenere lo sconforto. La verità è che tutte le cose belle finiscono e non tornano più, e per quanto uno possa goderne e far scorta di buona filosofia, non c’è cura alla malinconia che lasciano. Quei momenti stupendi non torneranno mai più. Fine.
Mentre rimugino sulla mia tristezza, continuando a camminare, ricordo che poco più giù, sulla destra, prima che bruciasse, c’era il campo di grano dove mi sdraiai il primo giorno, a sognare ad occhi aperti, sentendomi in pace dopo tanti anni. Quanta amarezza, le cose che fanno parte di questa vita svaniscono in un soffio, neanche il tempo di rendersene conto o di un addio. E tutto ciò che resta è un vuoto e la sensazione che sia incolmabile.
Ma la Natura guarisce sempre. Al suo posto era cresciuto un rigoglioso giardino di stupendi fiori di campo. In un baleno ogni cosa mi fu chiara. Le cose amate restano vive e mai svaniscono poiché le portiamo sempre con noi. Mentre il viaggio prosegue. Laddove qualcosa di bello ha fine e lascia un vuoto, qualcos’altro di meraviglioso può aver luogo. E allora...
che una nuova storia abbia inizio.
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